C’era una volta San Babila

 SANBABILINI FAMOSI – ANNI 70

“Figli della notte siamo, che ci porta dove vuole il vento … figli di un inno al sole e di una terra che non ci vuole …”.

“Figli della Frontiera” di Massimo Morsello,  grande Massimo!

“Una nostra storia, scritta solo da noi. Con dedizione e fedeltà”

Seguono tre siti fratelli di ex militanti di San Babila, citati in questo articolo.

https://johnpezza.com/

https://www.cesareferri.com/

https://it-it.facebook.com/murellimaurizio/

Milano, piazza Duomo, il centro della città meneghina. Un monumento conosciuto in tutto il mondo. Lasciandosi la struttura religiosa sulla destra, andando dritto, si prosegue per corso Vittorio Emanuele, una delle tante vie dello shopping milanese. Dopo 500 metri, si sbuca in piazza San Babila, piazza che prende il nome dalla chiesa intitolata in ricordo del santo di Antiochia. Salotto buono milanese, è servita da una fermata della metro “rossa” e conosciuta come la piazza chic della città di sant’Ambrogio.

Negli anni Ottanta era il centro del movimento dei “paninari”, una sottocultura molto importante nel panorama giovanile italiano dell’epoca.

Negli anni Settanta però “San Babila” era un’altra cosa, era un trincea, un fortino. Dentro al “fortino” c’erano ragazzi poco più che maggiorenni che lottavano contro altri loro coetanei per il controllo del territorio: ragazzi di estrema destra contro ragazzi di estrema sinistra, fascisti contro “antifascisti militanti”, neri contro rossi, occhiali da sole Ray-Ban e stivaletti Barrow’s gialli contro eskimo e “Hazet 36”, giovanissimi contro altri giovanissimi, vite spezzate contro altre vite spezzate da entrambe le parti. Fenomeno sociale poco approfondito negli anni, quei ragazzi milanesi di destra avevano un nomignolo curioso che piaceva e non piaceva, “sanbabilini”.

La storia di questo movimento, in auge tra 1967 ed il 1975 (con l’apice a partire dal 1971), è un tassello molto importante per capire non solo la strategia della tensione (1969-1980), ma anche gli “opposti estremismi” e la lotta senza quartiere durante gli anni di piombo.

Nelle scuole e nelle università era iniziata in quel periodo (o comunque a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta) una vera e propria “caccia al fascista” da parte di giovani vicini all’estrema sinistra, dai quali venivano stilate liste di proscrizione con i nomi di tutti coloro in odore, o vicini, al Movimento Sociale Italiano o che erano simpatizzanti del neofascismo, militanti o no.

Erano gli anni della “hazet 36”, la chiave inglese usata negli scontri di piazza senza alcun indugio sui rivali “neri”. Come riconoscere i fascisti a Milano? Dall’abbigliamento e dai loro modi di porsi: se erano vestiti eleganti, indossavano occhiali da sole, jeans a zampa (usati anche dagli altri) e stivali erano fascisti.

Ed i giovani di destra cosa facevano in questo ginepraio di violenza? Ovviamente non stavano a guardare e, se malmenati, rispondevano a tono, ma erano in pochi, rispetto a quanti erano i rivali. Fatto sta che l’unione faceva la forza e molti sabato pomeriggio la città era un continuo suonare di sirene della polizia e di cariche.

Via Manzoni

Camerati in Via Manzoni, Milano – anni 70

A partire dal 1967 la Giovane Italia, l’allora movimento giovanile del MSI, aveva una piccola sede al primo piano di un palazzo di corso Monforte al civico 13 a pochi passi da corso Venezia. Il gruppo giovanile del Movimento Sociale Italiano si era trasferito da via Serbelloni, in zona corso Venezia.

Erano gli anni della Contestazione, delle lotte e delle manifestazioni politiche e studentesche e delle occupazioni delle fabbriche. Il partito neofascista ebbe un forte incremento di iscritti, ma non capì le necessità dei giovani. E i giovani in quegli anni videro nella bella piazza di san Babila una seconda “sezione” dove trovarsi e discutere. È il marzo del 1968 quando Gastone Nencioni, senatore del MSI, prende in affitto un appartamento a Milano, in corso Monforte 13, per farne la sede di Giovane Italia, un’associazione studentesca di destra. A un passo dalla sede di Giovane Italia c’è piazza San Babila, che pullula di giovani. Ciò che a un primo sguardo accomuna i ragazzi che affollano i bar della piazza è un’estetica molto lontana dai canoni della cultura di sinistra dell’epoca: niente capelli lunghi, eskimo, sciarpe rosse. La dirigenza missina li nota e inizia a vedere nella piazza il terreno ideale per fare proseliti—ma quell’ambiente si rivelerà ben presto molto più complesso e più difficile da tenere a bada.

Gli extraparlamentari di sinistra avevano iniziato una guerra psicologica contro i neofascisti milanesi, fotografandoli per strada o mentre rincasavano oppure schedandoli. Gli scontri sono all’ordine del giorno. La stessa sede di corso Monforte viene più volte presa di mira e molti militanti di destra vengono aggrediti. Anche i sanbabilini hanno fama di essere violenti. A Milano i quartieri tendono sempre più a trasformarsi in zone “nere” e zone “rosse” con i fascisti in netta minoranza ma con una solida roccaforte. Sconfinare vuol dire provocare, soprattutto se lo si fa “in uniforme”—ossia indossando i simboli di una o dell’altra parte: i quotidiani sono pieni di trafiletti che raccontano risse per motivazioni banali come un eskimo indossato nel posto sbagliato. Per quanto riguarda l’estetica sanbabilina invece i punti fermi sono i Ray-Ban da aviatore, gli stivaletti Barrows a punta, le giacche di pelle nera. Rune, croci di ferro, ciondoli con simboli fascisti completano il tutto, mentre i capelli sono spesso rigorosamente corti.

L’estrazione sociale dei neofascisti è perlopiù borghese, con una forte componente della “Milano bene”, anche se non mancano i proletari. Ci sono ragazzi di buona famiglia che simpatizzano per il MSI o per le formazioni extraparlamentari nere. Alcuni sono culturalmente ben inquadrati, gravitano attorno a La Fenice, periodico vicino all’organizzazione neofascista Ordine Nuovo, leggono Evola, Nietzsche, Jünger e vari autori della “rivoluzione conservatrice” tedesca. I loro capisaldi sono l’onore, la fedeltà, la lealtà, la gerarchia, l’aristocrazia del sangue.

Nel giugno 1970 successe qualcosa di inaspettato: la fusione di Giovane Italia e raggruppamento in un’unica sigla con il Fronte della Gioventù, con la chiusura della sede di corso Monforte per spostarla in via Burlamacchi, nei pressi di corso Lodi, in Porta Romana. A capo del partito missino a Milano c’era Franco Servello, mentre a capo dei giovani c’era Gianluigi Radice. Il nemico interno di Servello era Nencioni, che puntava sempre di più a diventare il leader della Fiamma milanese, anche se lo stesso Nencioni aveva il timore che dare corda ai giovani poteva rivelarsi controproducente, visto l’andamento della violenza. E questo fu il principale motivo che portò alla chiusura della sede di corso Monforte. Il trasferimento segna un punto di svolta perché, se l’associazione va via, i militanti restano in strada – o meglio, in piazza. I sette bar di piazza San Babila – il Pedrinis e l’Europa all’ angolo con corso Venezia, il Motta, l’Harry’s Bar in corso Europa, il Donini, il Borgogna, il Quattro Mori – diventano le “basi” abituali dei sanbabilini, dei luoghi d’incontro e socializzazione che col tempo si trasformano in veri e propri quartier generali da difendere quando vengono presi di mira dalle azioni della sinistra con sassate, molotov e ordigni artigianali. Nei bar ci si incontra, si beve, si chiacchiera ma si pianificano anche azioni, spedizioni punitive e vendette.

Il “sanbabilino” non condivideva la scelta “doppiopettista” di Almirante e del partito, vicino alle cause governative e lontano parente di quello a cui la Repubblica Sociale si ispirò. Molti “sanbabilini” quindi erano antimissini, anche se avevano in tasca la tessera e alcuni di loro facevano gli “attacchini” di sera.

Lo spazio nemico dei “sanbabilini” era la vicina università “Statale”, Molti giovani, nonostante la “tessera”, non accettarono il trasferimento della sede giovanile in periferia ma optarono per piazza San Babila, non solo perché centrale, ma perché vicina alla “Statale” feudo del Movimento studentesco. Una sede all’aperto, esposta a tutti i rischi del caso, un vero fortino da difendere contro i nemici comunisti e dell’estrema sinistra. 

Eppure i giovani con in tasca la tessera missina erano malvisti da tutti gli altri camerati,  convinti che il partito non fosse più “rivoluzionario”, ma che si era troppo imborghesito e “democristianizzato”. 

I “sanbabilini” più noti

Oltre un centinaio di ragazzi tra i 16 e i 25 anni stazionavano in piazza san Babila.

Fra i più noti si ricordano:

Maurizio Murelli,

Rodolfo Crovace,

Cesare Ferri,  

Giovanni Ferorelli,

Nico Azzi,  

Giancarlo Rognoni,

Giancarlo Esposti,  

Riccardo Manfredi,

Attilio Carelli,    

Lino Guaglianone,

Davide Petrini,

Mauro Panzironi,  

Umberto Vivirito,

Alessandro d’Intino,  

Alessandro Danieletti,

Biagio Pitarresi,

Angelo Angeli,

Vittorio Loi,

Fabrizio Zani,

Roberto Locatelli,

“Franz” de Min.

Il più noto “sanbabilino” è stato senza dubbio Maurizio Murelli. Milanese del 1954, da sempre fascista dichiarato, è stato un’anima di San Babila. Il suo nome salì all’onore delle cronache durante gli scontri con la polizia durante quello che è passato alla storia come il “giovedì nero di Milano” (12 aprile 1973), dove perse la vita il poliziotto Antonio Marino per mano di una bomba lanciata da Vittorio Loi e passatagli dallo stesso Murelli.

Altro nome forte è stato quello di Rodolfo Crovace, detto “Mammarosa”. Di origine pugliese, emigrò da giovanissimo al Nord in cerca di fortuna. Ragazzo gentile, disponibile, generoso e pronto all’azione (violenta), è uno dei simboli della Milano fascista degli anni 70. Già noto alle forze dell’ordine, è stato indagato per tante aggressioni a persone vicine all’estrema sinistra e per gli scontri davanti al bar “Harris”. Come molti “sanbabilini” venne “abbracciato” dalla malavita e il 3 luglio 1984 fu ucciso durante uno scontro a fuoco con la polizia nella sua abitazione di via Pastorelli, nei pressi di viale Cassala.

Indimenticabile è Cesare Ferri. Vicino a Ordine Nero, movimento neofascista accusato di ben dieci attentati dinamitardi. Oggi è un giornalista e ha messo alle stampe un romanzo in cui racconta tutta la vicenda di san Babila. Ferri fu accusato per le bombe delle Squadra d’Azione Mussolini (SAM) e della strage di Brescia del 28 maggio 1974, per cui fu incarcerato ma poi prosciolto e rimborsato per l’ingiusta detenzione. Attivo sia verbalmente che fisicamente, nel suo libro Ferri spiega per filo e per segno cosa è stato il “fenomeno san Babila”, dalla sua gestazione all’uso della violenza come metodo unico contro la violenza rossa. Come dire: picchiare per non essere picchiati e sopravvivere in una città che considerava san Babila un ghetto e una zona da non frequentare.

Riccardo Manfredi e Gianni Nardi erano due personaggi di spicco della piazza milanese. Prestanti, carismatici, erano molto attivi dal punto di vista “fisico” piuttosto che ideologico. Manfredi era vicino ad Avanguardia Nazionale, mentre Nardi era lontano dal concetto di partito, anche se in gioventù fu membro della Giovane Italia. Manfredi morì il 3 giugno 1978 in una rocambolesca fuga da un treno mentre si recava in tribunale, mentre Nardi morì a Palma di Maiorca nel 1976 in un incidente stradale “misterioso”, probabilmente ad opera dei servizi segreti. Nardi fu tenente dei paracadutisti e credeva al colpo di stato militare in Italia.

Decisamente più impegnato ideologicamente, appartenente alla Milano e alla San Babila “bene”, militante di Avanguardia Nazionale fu John Pezza, affettuosamente chiamato dai suoi camerati “John John”, di madre inglese. Frequentava assiduamente anche l’estrema destra romana, era atleta della squadra azzurra di scherma e si distingueva per la sua aristocratica eleganza, tanto da venire pure chiamato “Piccolo Lord”. Tra i sanbabilini era uno dei più corteggiati, alto, bello, occhi azzurri espressivi e affascinanti. Fu grande amico di Gianni Nardi, ma soprattutto del romano Alessandro A. che dai Parioli veniva spesso a trovarlo a Milano, o viceversa. I due erano pressoché inseparabili e la loro seppure breve amicizia fu molto più di un mito. La tragica fine di Alessandro lo scosse duramente e segnò la fine della sua militanza. È molto probabile che fosse membro di “Gladio” e fu tra i tanti ad andare a vivere in Sud America. Di lui si ricordano le riunioni che organizzava per divulgare tra i camerati il pensiero di Evola di cui era un grande ammiratore.

Ma il nome più altisonante di piazza San Babila è stato, senza dubbio, Giancarlo Esposti. Lodigiano del 1949, era stato in passato un paracadutista e aveva una certa conoscenza di tutto ciò che era di tipo militare. Ex membro della Giovane Italia, fu uno dei primi a passare da corso Monforte a piazza san Babila dove divenne uno dei più presenti, nonché uno dei più attivi.

Esposti morì il 30 maggio 1974 dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri a Pian del Rascino, anonima località sugli appennini al confine tra il Reatino e l’Abruzzo dove dal 68 organizzava i campi paramilitari. Con lui c’erano Danieletti e d’Intino. Un identikit di Esposti era nelle mani della polizia bresciana e milanese per la strage di piazza della Loggia, anche se si scoprì che era del tutto estraneo ai fatti. Si disse che qualcuno avesse fermato Esposti nella sua azione terroristica, ma ciò non è stato mai confermato. Il nome di Esposti è legato alle SAM, le Squadra di Azione Mussolini, operanti a Milano tra il 1971 e il 1973 traendo spunto da un gruppo neofascista operante in città nei mesi successivi la Liberazione.

Gianni Nardi

Gianni Nardi

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Giancarlo Esposti

Giancarlo Esposti

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Cesare Ferri

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CESARE FERRI AB

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           Cesare, cinquant’anni dopo…                          

 Maurizio Murelli

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                MAURIZIO MURELLI OGGI

    MAURIZIO MURELLI OGGI A 

                               Maurizio, cinquant’anni dopo…            

“John John”

John John, cinquant’anni dopo… 

Rodolfo Crovace “Mammarosa”

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MAMMAROSA

                         

Ha senso parlare oggi dei fatti di san Babila? Ovviamente sì, perché le vicende della piazza nera milanese sono state uno spaccato di un’Italia che ora non c’è più.

Per la difesa di una piazza e di un’ideologia molti diedero via i migliori anni della loro vita, tra risse, battaglie, menomazioni, carcere e morte.

Non si tratta di riabilitarli, ma di far sapere che bisogna sempre lottare per i valori che hanno sempre espresso il loro ideale!

Riporto alcuni versi di un mio vecchio amico e camerata

SAN BABILA ADDIO

“Epiche giornate, attimi di speranza, allegria, tristezza, vite che si intrecciavano, destini già segnati eppure ancora tutti da scoprire.

Oggi ti guardo ormai vuota, ovunque è solitudine, ombre, volti anonimi, indifferenti, voci che non sento.

Cammino, ritorno lungo la strada del tempo che tutto spazza via e trasforma. Luce che illumini d’improvviso, disperdi la polvere, scuoti e risvegli dal torpore gli assopiti.

Ecco, ti rivedo finalmente viva, impavida e fiera come allora, risento alta e forte la voce degli amici, la pelle è accarezzata dolcemente dalla prima tiepida primavera.

Ma è già tramonto. Tutto scompare. Si dileguano le rimembranze, torna il silenzio. Sei stata nostra … per sempre grazie, non ti dimentichiamo”.

“John John”

6 pensieri riguardo “C’era una volta San Babila

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  1. …San Babila , un nome che porto nel cuore da quando, bambino dell’hinterland milanese, ne sentivo parlare…affascinato in quegli anni più dalle gesta dei “sanbabilini” che dai super eroi dei cartoni animati e telefilm. E il fermento di poter crescere prima del dovuto per riuscire a farne parte…il tempo non è stato mio alleato , troppo piccolo allora e troppo grande oggi… San Babila, i Sanbabilini, restano frammenti di nostalgia di un sogno che tale è rimasto…

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  2. Ciao Pier Giulio e grazie per aver visitato il sito. Sì quei tempi furono per tutti noi molto difficili, ma li abbiamo sempre nel cuore. Quanto alla tua età, essa non conta. Basta l’Ideale. Considerati a tutti gli effetti uno di noi. Un grande abbraccio e … benvenuto!

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  3. Il mio più grande rimpianto e aver mancato San Babila per poco, ero un po’ troppo piccolo e a scuola andavo al Cattaneo, non esattamente un bel posto, dove anche solo indossare i Ray-Ban (che conservo ancora orgogliosamente) era pericoloso. Però ricordo bene quando si faceva la spola col KTM tra Fiorucci e Di Consiglio ’71 e si passavano le domeniche al Fitzgerald. Anche se noi eravamo soltanto dei ragazzini, eravamo capaci di credere in qualcosa. Sono passati 50 anni, adesso il mondo e molto deverso, è cambiato in peggio, però le idee restano immutate, almeno quelle…

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    1. Salve Sergio, grazie per aver visitato il sito. Erano altri tempi. Hai ragione quando dici che il mondo è cambiato in peggio. “Per aspera ad astra” si diceva una volta. Oggigiorno le stelle sono state sostituite dai bassifondi del materialismo più accanito. Evola lo sosteneva già allora e ha scritto parecchio al riguardo… Un forte abbraccio!

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